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IL TEMA DI ANGELICA PREMIATO AL SENATO

Di violenta dolcezza, di forza struggente è tessuto il racconto di Angelica con il ricordo di sua nonna. Non censura nulla, né del dolore né della bellezza smagliante. Ferisce, e dà speranza in una umanità di sorrisi e cielo, di doni di bambole e di montagne."
E' questa la motivazione con cui la giuria del concorso nazionale "Io e i miei nonni; riflessioni ed esperienze" ha assegnato il primo premio ad Angelica Ippolito, studentessa della 2B del liceo scientifico. La giuria, presieduta dal poeta Davide Rondoni, ha esaminato ben 2414 componimenti, inviati da scuole di tutta Italia. 
La premiazione si è svolta martedì 4 giugno nella prestigiosa sala Koch del Senato della Repubblica, alla presenza della Presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati e del rappresentante dell'associazione "Nonni 2.0" che ha indetto il concorso. Una giornata di grande emozione per Angelica, accompagnata a Roma dalla prof. Lucia Londero e dai genitori, e con la soddisfazione di ricevere un buono per acquistare molti libri e continuare così a nutrire la sua passione per la lettura. Un buono per l'acquisto di libri è stato assegnato anche alla nostra scuola, che potrà così arricchire la dotazione della biblioteca d'Istituto.
Il tema premiato è stato pubblicato ieri, 6 giugno, in un articolo del Messaggero Veneto mentre oggi il giornalista Massimo Gramellini ha dedicato ad Angelica la sua rubrica “Il Caffè” sulla prima pagina del Corriere della Sera:

Il tema di Angelica

Venerdì 07 giugno 2019

di Massimo Gramellini

Per andare in prima pagina un’adolescente deve sgozzare la zia o almeno fracassare una sedia in testa alla professoressa di Lettere. Interrompo la tradizione, affidando il Caffè a una studentessa friulana. Ha scritto un tema su sua nonna, scomparsa dopo una lunga malattia che l’aveva isolata dal mondo. La giuria del Senato lo ha premiato come il migliore d’Italia. Eccone un estratto.

«Vorrei poter raccontare di gite al parco e fiabe lette, ma non sarebbe la nostra storia. A noi non è stato concesso il tempo di fare queste cose. Ma sono infinitamente grata per avere avuto quello di amarti, di essermi potuta rendere conto di quanto una persona possa essere fondamentale anche se non si ricorda il tuo nome e non ti riconosce più. Nonostante i giochi che non abbiamo fatto, i discorsi mai pronunciati, gli abbracci a senso unico e i muri che c’erano senza che nessuno li avesse eretti, sei il mio primo ricordo. Eri completamente assente e allo stesso tempo avvertivo potentissima la tua presenza, eri immobile eppure percepivo in te un’energia quasi violenta. Ne avessi ancora l’occasione, dipingerei per te tutto quello che non hai visto, ti racconterei tutto ciò che ti sei persa e ti farei viaggiare fuori dalla tua Carnia. Anche se alla fine tutto conduce lì, dove ci sono le montagne che hai visto sin da bambina, il lago dove hai portato i tuoi figli a fare il bagno e tutto quello che mi fa pensare a te, che sei casa». (Angelica Ippolito, 15 anni, dell’istituto Magrini Marchetti di Gemona). Chapeau.

Secondarie 2° grado

1° Premio: Angelica Ippolito, ISIS Magrini Marchetti – Gemona del Fr. (UD)         Liceo Scient. 2 B

Non ti scordar di me

Avevi delle mani bellissime, sai, a volte mi sembra ancora di vederle mentre stringono la stoffa dei pantaloni del pigiama che indossi. Ricordo anche quello; come ricordo la tua tuta grigia e pesante e tutte le volte in cui papà ti ha nascosto le pastiglie nei fagiolini pur di fartele prendere.

Ti vedo sulla poltrona, seduta accanto al nonno, e poi sul letto, mentre Loredana ti cambia. Ti sento cantare i ritornelli che avevi imparato da bambina, e mentre inutilmente cerchi tua madre.

Penso a tutte le volte in cui, come se una vita non fosse bastata a distinguere le fattezze delle tue nipoti, mi hai chiamata Anna, nome breve e facile da tenere a mente, anche se io non capivo. Ripenso a quando, prima di Loredana, Renata ti distraeva con le sue battute stupide o ti cantava quei motivetti senza senso che alla fine a casa abbiamo imparato tutti, e ti faceva indossare i miei occhiali da sole tondi. Tu ridevi sempre, in ogni occasione, questo non è mai cambiato.

Se mi concentro riesco anche a riprovare il senso d’impotenza e la stessa rabbia per ciò che ti succedeva e che trovavo così profondamente ingiusto, dato che eri sempre stata gentile con tutti. Sento pesare l’angoscia delle notti passate in bianco quando stavi male, le ore interminabili, in cui tutto era buio e silenzioso, trascorse col cuscino premuto sulle orecchie nel terrore che il telefono squillasse.

Ricordo quel pomeriggio in cui avevi iniziato a cullare la mia bambola, per un qualche istinto materno che in te era sempre stato innato, e tutti mi avevano chiesto di lasciartela, ma io non avevo voluto. Me ne vergogno moltissimo, ma perdonami, ero piccola. Ora come ora, di quelle bambole te ne regalerei a migliaia.

Sai, tutto riaffiora: le svariate occasioni nelle quali Anna mi ha ricordato che, se proprio non ne potevo fare a meno, quando stavi male dovevo piangere in bagno o in camera, ma mai di fronte al nonno; la gioia enorme nel vederti a casa, anche se con il sondino; i baci sulla fronte e gli omogeneizzati.

Vorrei poter raccontare di gite al parco e fiabe lette, di baci della buonanotte e di te che vieni a prendermi alla fermata del pullmino, di pomeriggi passati a giocare e di pensieri condivisi, ma non sarebbe la nostra storia. Non lo sarebbe perché a noi non è stato concesso il tempo di fare queste cose, non ne abbiamo avuto l’occasione. Ma sono infinitamente grata per aver avuto quella di amarti con tutto l’amore del mondo, di essermi potuta rendere conto di quanto una persona possa essere fondamentale anche se non si ricorda il tuo nome e non ti riconosce più.

Mi accontento del filmino tutto sgranato della mia prima Pasqua, dove mi tieni in braccio e ridendo dici: “Ma cjale ce biela fruta” *.

Anche la tua risata era bellissima, in realtà eri bella tu, di uno splendore disarmante, lo sei sempre stata. Nonostante i giochi che non abbiamo fatto, i discorsi mai pronunciati, gli abbracci a senso unico e i muri che c’erano senza che nessuno li avesse eretti, sei il mio primo ricordo: tu e io sui sedili posteriori dell’auto a cantare.

Non poterti più venire a baciare la sera mi ha svuotata completamente, per settimane non sono più stata capace di guardare nella tua stanza, sapendo di trovarci un letto vuoto.

Scrivere di te è sprofondare tra ricordi che ormai mi sembrano lontanissimi, significa tornare a inquadrare nitidamente il tuo viso, provare in tutta la loro concretezza sensazioni che credevo di aver sepolto. È doloroso ma è bellissimo, è come una presa di coscienza. Mi hai segnata profondamente, eri completamente assente e allo stesso tempo avvertivo potentissima la tua presenza, eri immobile eppure percepivo in te un’energia quasi violenta.

Ne avessi ancora l’occasione, dipingerei per te tutto quello che non hai visto, ti racconterei tutto ciò che ti sei persa dal duemila all’anno scorso, ma soprattutto ti farei viaggiare, ti porterei ovunque pur di farti mettere il naso fuori dalla tua Carnia. Anche se alla fine tutto conduce lì, unico luogo dal quale nemmeno io riesco ad allontanarmi per lungo tempo, dove ci sono le montagne che hai visto sin da bambina, il lago dove hai portato i tuoi figli a fare il bagno, e tutto quello che mi fa pensare a te, che sei casa.

*(“ma guarda che bella bimba”)

 

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